CORSA: FA BENE CORRERE CON IL DOLORE?

Metabolizzare l’infortunio

Molte persone che si avvicinano alla corsa hanno un cattivo rapporto con gli infortuni.

Da un lato troviamo chi usa un qualunque piccolo dolorino per restare sedentario, trasformandolo in una gravissima patologia cronica (“non posso correre, ho il menisco”; tutti hanno il menisco! N.d.D.), dall’altro chi vuole sconfiggere il male, ritenendosi immortale. In realtà anche molti runner non hanno compreso il corretto approccio alla possibilità di infortunarsi.
In un sito ho trovato l’espressione “cadere nel trappolone del running”. È abbastanza evidente l’intento denigratorio, supportato solo dall’abbaglio di scambiare gli errori dei runner per la normalità.

Cadere nel trappolone vorrebbe dire non capire che solo pochi eletti possono correre per sempre senza rompersi; da qui il consiglio di non esagerare, di correre al massimo tre volte alla settimana, di darsi a sport alternativi (magari il ciclismo, immune da molti traumatismi, se si escludono gli incidenti stradali, ma, si sa, è meglio rischiare di essere travolti da un ubriaco che subire una peritendinite dell’achilleo). È evidente che dietro questa filosofia c’è la stessa visione soft della vita che molti medici vendono in tv dicendoci che il massimo dello sport è fare una passeggiatina di 30′ al giorno.

Da un punto di vista scientifico c’è un chiaro errore di generalizzazione: io non riesco a reggere certi carichi, nessuno ci riesce. Errore banalmente sottolineato dai molti che corrono da una vita senza particolari problemi.
L’infortunio fa parte della pratica sportiva come la sconfitta fa parte dello sport agonistico; esorcizzarlo, rifiutarlo, odiarlo significa non capire lo sport.
Se una persona non riesce (che poi voglia farlo o meno, sono affari suoi) a correre per 50 km alla settimana, 5-6 uscite da 8-10 km non è una persona sana. Che abbia una patologia alla schiena o si sia rotta i legamenti del ginocchio sciando e non ce la faccia, il discorso non cambia: avrà una vita normale fino a 60-70 anni, potrà anche darsi a sport alternativi, ma quando l’artrosi colpirà nel punto debole sarà comunque spacciata. Se è giovane, potrà illudersi che altri sport possano tenerla in forma (e comunque è corretto praticarli), ma con gli anni l’illusione di una salute di ferro svanirà.
Ovviamente questa discussione non vuole sostenere che la corsa sia l’unico sport, ma che “non riuscire a correre in modo quantitativamente e qualitativamente accettabile” deve essere considerata una spia, senza alibi del tipo “ma tanto posso fare altro”.
Se è chiaro che cercare i propri limiti predispone agli infortuni (peraltro tutti recuperabili, se il runner stoltamente non ci insiste sopra), è altrettanto chiaro che se si resta entro i confini (cioè al 90% del massimo) si può correre con piacere senza problemi.
Il fatto singolare è che non tutti coloro che metabolizzano male gli infortuni si incamminano verso una concezione soft dello sport. C’è anche chi si limita ad attribuire l’infortunio al solo parametro qualitativo o quantitativo, lasciando libertà sull’altro.
Posizione 1 – Per non infortunarmi basta che corra 3 volte alla settimana. Errore, perché si dimentica la qualità. Può bastare anche una sola seduta molto qualitativa per innescare un grave infortunio.
Posizione 2 – Per non infortunarmi basta che eviti di esagerare, facendo a meno di tirare al massimo. Errore, perché esistono infortuni (come le mioentesiti) tipici di chi corre troppo e relativamente piano (cioè fa solo fondo lento).
Fonte: hardpeople.ning.com

CORSA: FA BENE CORRERE CON IL DOLORE?ultima modifica: 2009-12-23T08:08:43+01:00da corrintoscana
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